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Focus

Il XLI Convegno dell’Accademia Italiana di Economia Aziendale è l’occasione per un ampio ed aperto confronto scientifico fra studiose e studiosi di discipline aziendali su temi che animano un dibattito accademico e culturale vivacissimo, ma ormai giunto a un livello di maturazione e approfondimento tale da richiedere sintesi teoriche unitarie che si rivelino utili a integrare i paradigmi interpretativi utilizzati dai cultori delle discipline aziendali per condurre i loro studi e orientare l’agire manageriale.
Le parole che compongono il titolo del Convegno individuano i punti cardinali per guidare la proposizione e il confronto fra teoriche e soluzioni operative che si dipanerà sia nelle plenarie sia nelle numerose sezioni parallele nelle quali si articoleranno le track. L’utilizzo del plurale e delle maiuscole nell’espressione “Intelligenze Aziendali” è una prima indicazione che AIDEA offre per guidare il dibattito. IA non è soltanto l’acronimo di intelligenza artificiale.

Tematiche

Molte voci animano la varia e controversa letteratura sull’intelligenza artificiale. Ne derivano narrazioni a volte iper-ottimistiche e altre volte semi-catastrofiche. L’affermarsi e l’alternarsi di posizioni dicotomiche è comune quando la società e i mercati devono fare i conti con le rivoluzioni tecnologiche. Il confronto animato tra le diverse “posizioni” può indurre a ritenere che le dispute riguardino un fenomeno ancora di là da venire. Al contrario, già oggi, l’intelligenza artificiale è un attore importante ed influente nella formazione della conoscenza e nella comunicazione. Un attore che già vive ed opera nelle aziende, una risorsa le cui immense potenzialità, in larga misura inesplorate, ancora attendono di essere armonizzate con quelle di cui le aziende normalmente dispongono, in particolare, il capitale umano. Volere umano e contributi algoritmici coesistono, ma il loro diverso combinarsi nei processi di scelta aziendali e gli effetti che da diverse combinazioni possono derivare sul piano organizzativo, produttivo, finanziario, economico, contabile, sociale ed etico sono ancora materia da studiare a fondo. Occorre quindi interrogarsi, sul piano speculativo, se i nostri framework sono già in grado di interpretare il divenire aziendale così come andrà configurandosi e di prevenire il rischio che questa nuova e indispensabile risorsa prenda il sopravvento sulle altre. Si pensi, ad esempio, al paventato affermarsi di pratiche neo-tayloristiche, agli effetti della standardizzazione algoritmica nei processi produttivi, al modificarsi dei contenuti delle relazioni di accountability agli effetti sulle attività di asset management e sui comportamenti degli investitori o al radicarsi della credenza, peraltro già molto diffusa, secondo cui i dati sono una risorsa libera che attende solo di essere acquisita per alimentare l’apprendimento automatico che, quindi, dovrebbe configurarsi come una sorta di nuova “mano invisibile” sottratta a qualunque attività di controllo, anche manageriale, e di responsabilità sociale.

L’indicazione che viene dal titolo del Convegno è che in azienda operano e hanno pari valore e dignità più intelligenze; l’intelligenza artificiale è in azienda e può diventare una componente delle intelligenze aziendali, cioè parte di quell’intelligenza comune o collettiva che si forma in ambienti collaborativi attraverso l’interazione consapevole di più soggetti e che qualifica l’economia della conoscenza. La composizione armonica delle intelligenze, umane e artificiale, è quindi un’opzione percorribile che necessita di rinnovati paradigmi teorico-interpretativi per dare nuova spinta propulsiva ai processi di innovazione nelle aziende e dalle aziende per la società senza determinare nuove gerarchie delle conoscenze.

Da ciò l’urgenza che i cultori delle discipline aziendali, interagendo con la più illuminata imprenditoria, con studiosi di altre discipline e con il decisore pubblico, si impegnino a delineare le soluzioni di governance, organizzative, finanziarie, gestionali, contabili e di controllo manageriale atte a garantire un equilibrio dinamico fra le intelligenze aziendali che non subordini il reale al virtuale.
È quindi il Convegno un’occasione per fare il punto su come le aziende, di ogni tipo e dimensione, possano rispondere alle sfide della competitività mantenendo le persone, sia nelle vesti di co-produttori di valore sia nel ruolo di fruitori del valore prodotto, al centro del loro agire strategico.

Un ulteriore obiettivo di ricerca è richiamato nel titolo del Convegno: il fine ultimo a cui l’armonizzazione delle intelligenze aziendali è funzionale. L’azienda è “atta a perdurare” e, pertanto, chi ne guida e orienta le sorti, così come chi ne studia “le condizioni di vita e le manifestazioni di esistenza”, deve costantemente interrogarsi sui presupposti che ne rendono possibile l’autonoma ed economica funzionalità duratura. Due sono le indicazioni che, al riguardo, il titolo del Convegno propone: competitività sostenibile e bene comune.

Il percorso verso la sostenibilità è irrinunciabile e già ampiamente condiviso dalle migliori aziende. Le aziende più sostenibili sono quelle meno rischiose, più premiate dalla fedeltà dei clienti e più apprezzate dai loro utenti. La funzionalità economica duratura delle aziende, private e pubbliche, transita quindi dalla loro dimostrata capacità di accrescere quali-quantitativamente il patrimonio ambientale e socioculturale ovvero l’insieme di beni materiali e immateriali, comprese le conoscenze, che è, contemporaneamente, di tutti e di ciascuno e che deve essere consegnato alle future generazioni in condizioni migliori di quelle preesistenti. Ai cultori delle discipline aziendali spetta il compito di indicare metodi e strumenti di governo e di controllo per guidare le intelligenze aziendali, adeguatamente armonizzate, verso il conseguimento di tali irrinunciabili traguardi.

Il confronto accademico e la ricerca sono tradizionalmente spinti a suggerire indicazioni teoriche e metodologiche per interpretare il presente e orientare il futuro. Il Convegno è un’occasione anche per riflettere su quanto è già successo quando straordinari cambiamenti tecnologici hanno modificato profondamente mercati, istituzioni e aziende e le loro interdipendenze. Sovente è accaduto che i vantaggi economici conseguenti a innovazioni tecnologiche realmente disruptive si siano accumulati rapidamente nelle mani di pochi o pochissimi. I benefici che derivano dall’integrazione delle intelligenze aziendali proprio perché conseguono a processi armonici di condivisione di saperi e sensibilità oltre che di dati, dovrebbero essere equamente distribuiti. Fondamentale è quindi anche il ruolo delle aziende pubbliche.

Se le intelligenze aziendali sono messe al servizio della generazione di valore, se la collaborazione e l’integrazione fra componente umana e artificiale genera maggiore valore, se le aziende restano al servizio “dell’uomo”, allora diventa cruciale che questo maggior valore sia non solo generato, misurato, rendicontato, ma anche equamente condiviso. Evidentemente non si tratta solo di valore in senso strettamente finanziario. In particolare, le nuove conoscenze generate dall’interazione delle intelligenze aziendali dovrebbero essere appannaggio di tutti per non rendere impari le relazioni economiche. La proposta di modelli teorico-interpretativi e di soluzioni operative per affrontare efficacemente anche le problematiche appena richiamate è un ulteriore impegno culturale che, grazie anche a questo Convegno, aziendaliste e aziendalisti sapranno assumersi. Nell’esercizio del loro sforzo teorico, per accademiche e accademici, può essere utile tenere a mente l’ammonimento di Ursula Franklin: “La fattibilità della tecnologia, come la democrazia, dipende alla fin fine dalla pratica della giustizia e dall’imposizione di limiti al potere”.